Salmo 82 — Commento di Charles Spurgeon
Esposizione, significato e meditazioni dal Tesoro di Davide
Sommario
TITOLO E ARGOMENTO.—Salmo di Asaf. Il poeta del tempio assume qui il ruolo di predicatore rivolgendosi alla corte e alla magistratura. Chi sa fare bene una cosa è generalmente capace di farne anche un’altra; chi scrive buoni versi non è improbabile che sappia anche predicare. Che predicazione avremmo udito, se Milton fosse salito sul pulpito o se Virgilio fosse stato un apostolo!
Abbiamo ora davanti a noi il sermone di Asaf rivolto ai giudici. Egli parla con grande franchezza, e il suo canto si distingue più per vigore che per dolcezza. Qui troviamo una chiara prova che non tutti i salmi e gli inni devono essere espressioni dirette di lode a Dio; seguendo l’esempio di questo salmo, possiamo anche ammonirci gli uni gli altri nei nostri canti. Senza dubbio Asaf vedeva intorno a sé molta corruzione e molti casi di concussione; e mentre Davide li puniva con la spada, egli decise di flagellarli mediante un salmo profetico. Così facendo, il dolce cantore non abbandonava la propria vocazione di musicista del Signore, ma piuttosto la esercitava concretamente in un altro ambito. Egli lodava Dio quando rimproverava il peccato che lo disonorava; e, se non produceva musica, almeno metteva a tacere la dissonanza quando esortava i governanti ad amministrare la giustizia con imparzialità.
SUDDIVISIONE.—Il Salmo costituisce un tutto unico e non richiede alcuna suddivisione formale.
Esposizione
Versetto 1.—«Dio sta nell’assemblea dei potenti.» Egli è il Sorvegliante che, dalla propria posizione elevata, vede tutto ciò che fanno i grandi della terra. Quando essi siedono in pompa solenne, egli sta al di sopra di loro, pronto a chiamarli a giudizio se pervertono la giustizia. I giudici saranno giudicati, e a coloro che amministrano la giustizia sarà resa giustizia. I notabili dei nostri villaggi e i magistrati di provincia farebbero bene a ricordarsene. Alcuni di loro avrebbero bisogno di andare alla scuola di Asaf finché non abbiano imparato a fondo questo salmo. Le loro dure sentenze e i loro strani verdetti sono pronunciati alla presenza di colui che certamente li chiamerà a rispondere di ogni atto sconveniente, poiché egli non ha riguardi personali ed è il difensore del povero e del bisognoso. Un’autorità superiore esaminerà le decisioni dei tribunali locali, e persino le sentenze dei nostri giudici più imparziali saranno riesaminate dall’Alta Corte del cielo. «Egli giudica in mezzo agli dèi.» Essi sono dèi per gli altri uomini, ma egli è DIO per loro. Egli presta loro il proprio nome, e da ciò deriva la loro autorità di agire come giudici; ma devono badare a non abusare del potere loro affidato, perché il Giudice dei giudici siede in mezzo a loro. I nostri giudici di grado inferiore non sono che piccoli giudici, e i loro colleghi che amministrano la common law saranno un giorno giudicati secondo la legge comune a tutti. Nel complesso, ai nostri giorni questa grande verità è tenuta in debita considerazione; ma non era così nei primi tempi della storia inglese, quando Jeffreys e uomini come lui erano un insulto al nome stesso della giustizia. Ancora oggi i giudici orientali sono spesso, se non generalmente, corruttibili; e nei secoli passati era molto difficile trovare un governante che avesse un qualche concetto di giustizia distinto dalla propria volontà arbitraria. Un insegnamento così esplicito come quello contenuto in questo salmo era davvero necessario; e fu un uomo buono e coraggioso colui che, in termini tanto adatti a una corte, liberò così la propria coscienza.
Versetto 2.—«Fino a quando giudicherete ingiustamente e avrete riguardo alla persona degli empi?» Viene affermato indirettamente che i magistrati erano stati ingiusti e corrotti. Non soltanto scusavano i malvagi, ma decidevano perfino in loro favore contro i giusti. Anche una piccola dose di simile condotta è già eccessiva, e persino un breve periodo è troppo lungo. Alcuni litiganti riuscivano a vedere subito accolte le proprie pretese e a ottenere una sentenza favorevole, mentre altri consumavano la loro vita aspettando di essere ascoltati, oppure venivano spogliati mediante procedimenti legali perché i loro avversari godevano del favore del giudice: fino a quando sarebbero perdurate simili cose? Non si sarebbero mai ricordati del grande Giudice e non avrebbero mai rinunciato alla loro malvagità? Questo versetto è così magnificamente severo che si è tentati di dire: «Qui c’è certamente un Elia». «Sela.» Questa parola impone ai colpevoli una pausa per riflettere e confessare.
Versetto 3.—«Difendete il povero e l’orfano.» Cessate di fare il male, imparate a fare il bene. Non badate agli interessi dei ricchi, le cui mani vi offrono doni corruttori, ma proteggete i diritti dei bisognosi e, in modo particolare, sostenete le rivendicazioni degli orfani, i cui beni diventano troppo spesso preda altrui. Non perseguitate il contadino perché ha raccolto qualche ramoscello, lasciando poi che il truffatore dai modi signorili sfugga attraverso le maglie della legge. «Rendete giustizia all’afflitto e al bisognoso.» Anche costoro, in quanto giudice, non possono chiedervi nulla di più della giustizia; la compassione per la loro condizione non deve indurvi a tenere la bilancia in modo parziale. Ma se non date loro più della giustizia, assicuratevi almeno di darla loro pienamente. Non permettete che l’afflitto sia ulteriormente afflitto dovendo subire l’ingiustizia, e non lasciate che il bisognoso rimanga a lungo privo di un’udienza equa.
Versetto 4.—«Liberate il povero e il bisognoso; strappateli dalla mano degli empi.» Spezzate le reti dei cacciatori di uomini: le trappole legali, le obbligazioni e le garanzie mediante le quali uomini astuti catturano i poveri e coloro che si trovano in difficoltà, continuando poi a tenerli in schiavitù. È cosa valorosa quando un giudice riesce a liberare una vittima, come una mosca dalla tela del ragno; ed è cosa orribile quando il magistrato e il predone sono alleati. Troppo spesso la legge è stata, nelle mani di uomini senza scrupoli, uno strumento di vendetta, mortale quanto il veleno o il pugnale. Spetta al giudice impedire una simile scelleratezza.
Versetto 5.—«Non sanno e non vogliono comprendere.» Misera è la condizione di una nazione quando coloro che amministrano la giustizia non conoscono la giustizia e i suoi giudici sono privi di discernimento. Non conoscere il proprio dovere e non volerlo neppure conoscere è piuttosto il segno di un criminale incorreggibile che di un magistrato; eppure un simile marchio fu giustamente impresso sui governanti d’Israele. «Camminano nelle tenebre.» Sono tanto sconsiderati quanto ignoranti. Pur essendo ignoranti e malvagi, osano tuttavia percorrere una via nella quale conoscenza e rettitudine sono indispensabili; avanzano senza esitazione, dimentichi delle responsabilità che gravano su di loro e del castigo che stanno attirando su se stessi. «Tutte le fondamenta della terra sono scosse.» Quando coloro che amministrano la legge fanno a meno della giustizia, ogni ordine viene sconvolto, la società esce dai suoi cardini e l’intero edificio della nazione vacilla. Quando l’ingiustizia viene commessa nel regolare corso della legge, il mondo è davvero uscito dal suo giusto corso. Quando la «giustizia dei giudici» diventa proverbiale in senso negativo, è tempo che la giustizia giudichi i giudici. Sarebbe certamente un bene che alcuni di quei magistrati chiamati «i grandi non retribuiti» fossero finalmente liquidati, quando giorno dopo giorno le loro sentenze dimostrano che sono privi di giudizio. Quando i contadini possono essere frustati dai proprietari terrieri senza che questi siano puniti, e un grazioso uccello viene ritenuto più prezioso dei poveri, allora le fondamenta della terra stanno davvero sprofondando come pali marci, incapaci di sostenere le strutture edificate su di essi. Ringraziamo Dio perché, come regola quasi invariabile, abbiamo giudici incorruttibili; possa essere sempre così. Anche i nostri magistrati minori sono, in generale, uomini degnissimi; e di questo dovremmo essere perennemente riconoscenti a Dio.
Versetto 6.—«Io ho detto: Voi siete dèi.» Fu così conferito loro il massimo onore: erano dèi per delega, rivestiti per un certo tempo di una piccola parte di quell’autorità mediante la quale il Signore giudica fra i figli degli uomini. «E siete tutti figli dell’Altissimo.» Questa era la loro qualifica ex officio, non una relazione morale o spirituale. Fra gli uomini deve pur esservi una qualche forma di governo; e poiché non vengono mandati angeli ad amministrarlo, Dio permette agli uomini di governare altri uomini e ratifica il loro ufficio, almeno fino al punto che abusarne diventa un’offesa alle sue stesse prerogative. I magistrati non avrebbero alcun diritto di condannare i colpevoli, se Dio non avesse autorizzato l’istituzione del governo, l’amministrazione della legge e l’esecuzione delle sentenze. Qui lo Spirito parla di questi uffici con il massimo onore, persino mentre censura coloro che li ricoprono; e in tal modo ci insegna a rendere onore a chi è dovuto: onore all’ufficio, anche quando biasimiamo chi ne è investito.
Versetto 7.—«Ma morirete come gli altri uomini.» Quale sarcasmo sembra esserci in queste parole! Per quanto grande fosse la dignità conferita loro dall’ufficio, essi restavano pur sempre uomini e dovevano morire. Per ogni giudice questo versetto è un memento mori! Dovrà lasciare il seggio per comparire alla sbarra e, lungo il cammino, deporre l’ermellino per indossare il sudario. «E cadrete come uno dei prìncipi.» Questi erano solitamente i primi a morire, perché la guerra, la sedizione e il lusso facevano strage tra i grandi più che fra tutti gli altri. Come spesso i prìncipi sono stati stroncati da morti improvvise e violente, così dovrebbe avvenire ai giudici che dimenticano di praticare la giustizia. Di solito gli uomini rispettano l’ufficio del giudice e non cospirano per ucciderlo, come fanno invece contro prìncipi e re; ma l’ingiustizia priva il magistrato di questa protezione e lo espone personalmente al pericolo. Quanto rapidamente la morte spoglia i grandi delle loro insegne! Quale grande livellatrice è! Non è fautrice della libertà, ma nel promuovere l’uguaglianza e la fraternità è una democratica magistrale. I grandi muoiono come gli uomini comuni. Poiché il loro sangue è lo stesso, il colpo che fa uscire la loro vita produce gli stessi dolori e le stesse agonie. Nessuna posizione è troppo elevata per le frecce della morte: essa abbatte i suoi uccelli persino dagli alberi più alti. È tempo che tutti gli uomini riflettano su questo.
Versetto 8.—«Sorgi, o Dio, giudica la terra.» Vieni, Giudice di tutta l’umanità; trascina i giudici malvagi davanti al tuo tribunale e poni fine alla loro corruzione e bassezza. Questa è la vera speranza del mondo di essere liberato dalle zanne della tirannia. «Poiché tu erediterai tutte le nazioni.» Verrà il tempo in cui tutte le stirpi umane riconosceranno il loro Dio e lo accetteranno come loro re. Vi è uno che è «Re per diritto divino», ed è già in cammino. Gli ultimi giorni lo vedranno assiso sul trono, mentre tutti i sovrani ingiusti saranno spezzati come vasi d’argilla dal suo potente scettro. Il secondo avvento rimane la più luminosa speranza della terra. Vieni presto; sì, vieni, Signore Gesù.
Note esplicative e detti caratteristici
Salmo intero.---Asaf, che nei Salmi precedenti ha scritto tanto della venuta di Cristo nella carne, parla ora della sua seconda venuta per il giudizio.
---Josephus Maria Thomasius. 1649-1713.
Versetto 1.---«Dio sta in piedi.» Si dice che egli sta in piedi a motivo della sua immutabilità, della sua potenza, della sua presenza costante e anche della sua prontezza nell’agire, per decidere in favore del diritto e soccorrere il povero, come fece con santo Stefano. Ma un commentatore trae dall’espressione sta in piedi un insegnamento ancora più profondo. Ci ricorda che spetta al giudice stare seduto, mentre le parti in causa o gli accusati devono stare in piedi; come sta scritto: «Mosè sedeva per giudicare il popolo; e il popolo stava in piedi davanti a Mosè dalla mattina fino alla sera.» Es 18:13. È dunque un solenne ammonimento per i giudici ricordare che qualunque causa venga portata dinanzi a loro è causa di Dio, poiché in essa sono in gioco il giusto e l’ingiusto; e che, assolvendo il colpevole o condannando l’innocente, essi pronunciano una sentenza contro Dio stesso.
---Alberto Magno, Le Blanc e Agellius, citati da Neale e Littledale.
Versetto 1.---«Dio sta nell’assemblea dei potenti», oppure «di Dio». Queste parole hanno carattere esplicativo e aiutano a chiarire quanto era stato detto prima: «Dio sta nell’assemblea di Dio.» Che significa? Che egli giudica come sovrano supremo fra i giudici del mondo. Non sta lì come una nullità o un semplice spettatore, ma è egli stesso presente fra loro.
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Egli giudica attivamente in mezzo a loro. Noi guardiamo gli uomini e pensiamo che il giudizio appartenga a loro, ma è Dio che esercita il giudizio in mezzo a loro.
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Vi è anche passivamente, nel senso che egli sta in mezzo a questi dèi terreni e, se essi agiscono ingiustamente, farà giustizia su di loro e giudicherà i giudici del mondo; infatti, per quanto siano grandi, ve n’è uno più grande di loro, al quale dovranno presto rendere conto.
---Thomas Hall. 1659-60.
Versetto 1.---«Nell’assemblea.» I governanti devono comprendere di non essere stati posti a capo di ceppi e pietre, né di porci e cani, ma dell’assemblea di Dio; devono quindi temere di agire contro Dio stesso quando operano ingiustamente.
---Martin Lutero.
Versetto 2.---«E avete riguardo alla persona degli empi.» L’ultima proposizione offre un esempio di uno degli idiomi ebraici più particolari. L’espressione solitamente resa nella Bibbia inglese con avere riguardo alle persone, e riferita alla parzialità nei giudizi, significa letteralmente prendere (o sollevare) i volti. Alcuni ritengono che ciò significhi rialzare il volto di qualcuno, ovvero indurlo ad alzare lo sguardo dallo sconforto. Ma i più autorevoli filologi concordano oggi sul fatto che l’idea fondamentale sia quella di accogliere il volto o la persona di un uomo piuttosto che quella di un altro. La precisa forma dell’espressione, benché oscura, deriva probabilmente dalla consuetudine di ammettere i postulanti a conferire faccia a faccia con governatori o magistrati: un privilegio che talvolta si può ottenere soltanto mediante doni corruttori, specialmente, anche se non esclusivamente, nelle corti orientali.
---Joseph Addison Alexander.
Versetto 3.---Si racconta che Francesco I di Francia, quando una donna si inginocchiò davanti a lui per chiedere giustizia, le ordinò di alzarsi; poiché, disse: «Donna, è giustizia ciò che ti devo, e giustizia avrai; se vuoi chiedermi qualcosa, chiedimi misericordia». Felici davvero il luogo e il popolo dove la giustizia, a quanto pare, non veniva strappata a forza, ma stillava benevola come il miele dal favo; dove non vi era vendita delle cariche, né mercanteggiamento degli emolumenti, né astuzie per provocare ritardi, né contrattazioni per accelerare le pratiche, né si trasformavano in trappole le minuziose leggi penali; dove la Giustizia teneva in mano la bilancia non per pesare l’oro, ma l’equità; dove giudici e magistrati erano come l’arca di Noè, pronta ad accogliere le colombe stanche, e come i corni dell’altare, presso i quali l’innocenza oppressa poteva trovare rifugio; dove giuristi, avvocati e patrocinatori non chiamavano bene il male o male il bene, dolce l’amaro, ecc.; dove querelanti e accusatori non denunciavano né perseguitavano per malizia, invidia o interesse; dove i funzionari subordinati non osavano liberare dai rovi i potenti colpevoli, né lasciavano che i poveri, sballottati dalle tempeste della legge, languissero nelle loro cause pur essendo in vista del porto, solo perché incapaci di offrire un boccone a Cerbero o di sacrificare alla grande Diana della celerità; dove quei cani da punta che sono i vili delatori in cerca di promozione non ricevevano favore, ma venivano severamente puniti per ogni denuncia falsa, ingiusta o malevola. Per riassumere: dove il magistrato doveva giustizia al popolo e gliela rendeva; dove il popolo chiedeva misericordia e la otteneva.
---William Price. 1642.
Versetti 3-4.---La pietra di paragone della giustizia dei magistrati si trova nelle cause e nei casi dei poveri, degli orfani, degli afflitti e dei bisognosi, i quali non possono seguire a lungo i propri processi e non hanno né amici né denaro che agiscano in loro favore. Per costoro, dunque, i potenti dovrebbero essere occhi che li guidano e bastone che sorregge la loro debolezza, sostenendoli e aiutandoli a ottenere ciò che è loro diritto.
---David Dickson.
Versetto 5.---«Non sanno e non vogliono comprendere», ecc. Ogni giudice deve possedere in sé, come disse propriamente Baldo, due specie di sale: la prima è il sale della scienza, affinché conosca il proprio dovere; la seconda è il sale della coscienza, affinché compia il proprio dovere. Coloro che vengono meno nella prima cosa sono qui censurati con un «non sanno» e un «non comprendono»; quelli che vengono meno nella seconda sono qui bollati con un «camminano nelle tenebre». I pericoli derivanti dalla negligenza di questi doveri sono due: l’uno riguarda l’intera società, «tutte le fondamenta della terra sono sconvolte»; l’altro tocca in modo particolare le persone private dei giudici, come si legge al versetto 7: «Morirete come gli altri uomini e cadrete come uno dei prìncipi»; e dopo la morte viene il giudizio, Sl 82:8: «Sorgi, o Dio, giudica la terra.» Dio onnipotente «sta nell’assemblea dei prìncipi ed è giudice fra gli dèi»; egli siede come Giudice supremo in ogni sessione e tribunale, per osservare quali questioni vi siano trattate e in che modo, pronto a giudicare con giustizia coloro che giudicano ingiustamente gli altri, «pronunciando sentenze inique e avendo riguardo alla persona degli empi». Sl 67:4: davanti al tribunale di Dio. Ho così spianato la via davanti a voi; Dio, infinitamente ricco di misericordia, conceda che tanto io nel parlare quanto voi nell’ascoltare possiamo camminarvi, come si esprime il beato Apostolo in Ga 2:14, «con piede diritto». «Non sanno e non vogliono comprendere.» Vale a dire, non conoscono Dio, che li ha fatti dèi, né comprendono la sua legge, che è lampada ai loro piedi e luce sul loro sentiero. Oppure, come dice Placido Parmense commentando questo passo, essi non considerano in che modo coloro che sono chiamati dèi, in qualità di delegati e ministri di Dio, debbano giudicare gli altri; né ricordano come saranno essi stessi giudicati nell’ultimo giorno, quando «tutte le fondamenta del mondo saranno scosse» e Dio stesso «sorgerà per giudicare la terra». Oppure sono così corrotti e abominevoli che non vogliono né imparare dagli altri quale sia il loro ufficio né comprenderlo da sé. O, per dirla in breve e proporre quella spiegazione che, a mio giudizio, meglio si adatta al testo e, ne sono certo, ai tempi: non conoscevano i fatti né comprendevano il diritto; erano ignoranti sia in materia di fatto, perché non indagavano la causa, sia in materia di diritto, poiché sedevano, come Paolo disse di Anania, per giudicare secondo la legge e tuttavia comandavano ciò che era contrario alla legge. La prima cosa riguarda in larga misura la giuria, la seconda soprattutto i giudici; in entrambe vengono condannate, quali nutrici di ogni confusione nello Stato, l’ignoranza semplice e l’ignoranza deliberata: ignoranza semplice, quando sono tanto superficiali da non poter comprendere; ignoranza deliberata, quando sono tanto astuti da non voler comprendere ciò che è giusto e ragionevole.
---John Boys, in “L’esortazione del giudice”, 1618.
Versetto 6.—«Voi siete dèi», ecc. Naturalmente, il profeta rivolge questo severo ammonimento ai governanti civili, specialmente a coloro cui è affidata l’amministrazione della giustizia. Li chiama «gli dèi» e «i figli dell’Altissimo». Al popolo d’Israele un simile appellativo non sarebbe parso troppo ardito, poiché veniva applicato ai giudici in noti passi della Legge di Mosè. Così, nel codice di leggi civili promulgato al Sinai, è detto: «Non oltraggiare gli dèi e non maledire il capo del tuo popolo». Es 22:28. E non è questo l’unico esempio del genere. In altri due passi del medesimo codice (Es 21:6; 22:8-9), la parola che i nostri traduttori hanno reso con «i giudici» è, in ebraico, «gli dèi» oppure «Dio». Poiché il comune termine ebraico per Dio (Elohim) è quasi sempre usato al plurale, è difficile stabilire se in questi passi debba essere tradotto al singolare o al plurale. In entrambi i casi il significato è lo stesso. Poco importa, per esempio, se la legge di Es 21:6 viene resa così: «Il suo padrone condurrà lui, lo schiavo, davanti agli dèi», oppure, con la Settanta: «Il suo padrone lo condurrà davanti al tribunale di Dio» (prosto krithrion tou Teou). In entrambi i casi, i termini adoperati intendono chiaramente suggerire che la Maestà di Dio è presente nel luogo del giudizio. Come è detto di Salomone che «sedette sul trono del SIGNORE come re» (1Cr 29:23), così si può dire di ogni magistrato che siede al posto di Dio. Dio gli ha conferito una parte del proprio dominio e della propria autorità e ha stabilito che gli si debba ubbidire non soltanto per timore della punizione, ma anche per motivo di coscienza. Nell’adempiere la sua alta funzione, il magistrato civile può legittimamente rivendicare il diritto divino di governare. Non occorre ricordare a nessuno quanto sia stata deplorevolmente abusata questa antica dottrina del diritto divino dei governanti. Teologi servili ne hanno spesso fatto un balsamo adulatorio per i principi, insegnando loro che non dovevano alcuna ubbidienza alle leggi; che, riguardo al loro governo, non erano responsabili davanti a nessuno se non a Dio; e che ogni tentativo del popolo di frenare la loro tirannia, o di deporli dal trono quando i mezzi più miti si fossero dimostrati inefficaci, costituiva una ribellione contro Dio, del quale essi erano vicari. Ancora oggi la stessa dottrina si fa talvolta udire dal pulpito e dalla stampa; in questo modo si tenta di assoggettare le coscienze del popolo ai capricci dei tiranni. Si osservi attentamente che l’arpa di Asaf non offre alcuna approvazione a questo «diritto divino dei re di governare male». Se il profeta attesta che i principi sono dèi, include in questo onore anche il più umile magistrato. Gli anziani che amministrano la giustizia alla porta di Betlemme, sebbene la loro città sia piccola fra le migliaia di Giuda, siedono al posto di Dio tanto realmente quanto il re Salomone sul suo trono d’avorio, nel portico del giudizio a Gerusalemme. Il detto comune secondo cui «il diritto divino dei re è il diritto divino dei poliziotti» è un modo rozzo di esprimere una verità biblica. Lo si tenga bene a mente, e nessuno invocherà la Scrittura in difesa delle pretese regali a un’autorità irrevocabile e irresponsabile, né rivendicherà per una simile autorità la sanzione del diritto divino. Tuttavia, mentre bisogna aver cura di preservare dagli abusi il diritto divino del governo civile, non si deve dimenticare il diritto stesso. Lo Stato è un’istituzione di Dio e, come la famiglia, ha le proprie fondamenta nella costituzione stessa della natura umana. I funzionari dello Stato, siano essi supremi o subordinati, hanno il diritto conferito da Dio di amministrare la giustizia nella comunità sulla quale la Provvidenza li ha posti. Coloro che ricorrono al magistrato civile per ottenere giustizia ricorrono al tribunale di Dio, proprio come coloro che ricorrono al ministero della Parola si rivolgono al grande Profeta della Chiesa. Se il magistrato non avesse ricevuto da Dio il proprio mandato, non potrebbe legittimamente portare la spada. Togliere la vita a un uomo inerme, senza un mandato dell’Altissimo che autorizzi quell’atto, equivarrebbe a commettere omicidio.
—William Binnie.
Versetto 6.—Nel suo Lex Rex, Rutherford deduce da questo salmo che i giudici non sono creature dei re, incaricate di eseguire il loro volere, e che non ricevono il proprio potere dal monarca, ma sono autorizzati da Dio stesso quanto lo è il re; sono perciò tenuti ad amministrare la giustizia, che il monarca lo voglia oppure no.
Versetto 6.—«Io ho detto: Voi siete dèi». Principi e giudici sono dèi (Elohim) perché «a loro fu rivolta la parola di Dio» (Gv 10:35), costituendoli tali. Persino qui, mentre sta per pronunciare la sentenza contro di loro, Dio comincia riconoscendo la dignità che egli stesso ha loro conferito e sulla quale essi presuntuosamente facevano leva, quasi essa desse loro un potere assoluto di fare ciò che volevano, bene o male; dimenticavano che un alto ufficio comporta doveri oltre che dignità. La condizione di figlio è strettamente connessa con la regalità e con l’ufficio di giudice. Queste dignità congiunte, delle quali tutti gli altri hanno abusato, troveranno la loro più grandiosa realizzazione ideale nel Re, Giudice e Figlio dell’Altissimo che deve venire (Sal 2:6-7, 10-12).
—A. R. Fausset.
Versetto 6.—«Io ho detto: Voi siete dèi». Come i parassiti, con vile adulazione e assecondandone l’orgoglio, hanno vanamente chiamato così alcuni di loro, e come certi principi hanno, con estrema malvagità e bestemmia, preteso di essere chiamati, anzi adorati, come dèi — Dio farà la più severa vendetta contro tutti coloro che assumono su di sé il suo nome o accettano che venga loro attribuito — così Dio stesso ha posto il proprio nome sui magistrati per ricordare loro il dovere, ossia per un duplice fine. Primo, affinché, essendo chiamati dèi, giudichino e governino come Dio, ovvero con una disposizione simile alla sua, libera da ogni commistione di interesse personale o di spirito passionale e colma d’amore e di compiacimento per il giudizio imparziale e la giustizia. Secondo, affinché, essendo chiamati dèi, tutti imparino il proprio dovere: sottomettersi liberamente a loro e render loro il dovuto onore, poiché ogni disonore recato a loro si riflette su Dio, del quale portano il nome.
—Joseph Caryl.
Versetto 6.—«Dèi». Il nome attribuito loro non è Jah o il Signore, nome che indica l’essenza, ma Eloah o Elohim, nome che indica l’ufficio.
—Thomas Gataker.
Versetti 6-7.—Voi siete dèi: qui considera la loro pompa e dignità; «ma morirete come uomini»: qui ricorda loro la fine che li attende, affinché, al mutare del suo tono, muti anche la loro espressione. Parla loro dell’onore, ma anche della sorte. Quanto a potere, ricchezza, seguito, titoli e amici, differiscono dagli altri; nella morte, non differiscono affatto. Quando giunge l’inverno sentono il freddo, avvizziscono con la vecchiaia, s’indeboliscono nella malattia e si dissolvono nella morte come il più umile degli uomini: tutti ridotti in cenere. «Ogni carne è come l’erba, e tutta la gloria dell’uomo come il fiore» (1Pt 1:24): la gloria, cioè quanto vi è di meglio, non è che un fiore. La differenza non è grande: il fiore ha un aspetto più bello, l’erba dura più a lungo, ma una sola falce recide entrambi. Bestie grasse e magre, nutrite nel medesimo pascolo, vengono abbattute nella stessa strage. Il principe nel suo palazzo elevato e il mendicante nella sua umile capanna presentano una duplice differenza, di luogo e di condizione: altezza e bassezza; eppure s’incontrano nella tomba e le loro ceneri si confondono. Camminiamo in questo mondo come un uomo in un campo innevato: tutto il cammino sembra liscio, eppure non possiamo essere certi di alcun passo. Tutti sono come attori su un palcoscenico: chi interpreta una parte e chi un’altra, mentre la morte è sempre all’opera in mezzo a noi. Ecco che cade uno degli attori: lo seppelliamo con dolore e poi torniamo alla nostra scena; quindi ne cade un altro, anzi cadono tutti, uno dopo l’altro, finché sul palcoscenico non resta che la morte. La morte è quel soffio umido che spegne tutte le fioche luci della vanità. Eppure l’uomo trova più facile credere che morirà il mondo intero che sospettare che morirà lui stesso.
—Thomas Adams.
Versetto 7.—«Morirete come uomini», ecc. Anche voi che risplendete come angeli, che tutto il mondo ammira, supplica e davanti ai quali s’inchina; voi che siete chiamati onorevoli, potenti e graziosi signori: vi dirò a che cosa si ridurrà il vostro onore. Prima invecchierete come gli altri, poi vi ammalerete come gli altri, poi morirete come gli altri, poi sarete sepolti come gli altri, poi vi decomporrete come gli altri e infine sarete giudicati come gli altri, proprio come i mendicanti che gridano alle vostre porte. L’uno si ammala e l’altro si ammala; l’uno muore e l’altro muore; l’uno marcisce e l’altro marcisce. Guardate nella tomba e mostratemi chi fosse il Ricco Epulone e chi Lazzaro. Questa è una consolazione per il povero: un giorno sarà uguale al ricco; un giorno sarà ricco e glorioso quanto un re. Un’ora di morte renderà tutti uguali. Quelli che dominavano altezzosamente sugli altri e li guardavano dall’alto come querce saranno calpestati da altri come vermi e scompariranno come se non fossero mai esistiti.
—Henry Smith.
Versetto 7.—«Morirete come uomini e cadrete come uno dei principi». La meditazione sulla morte abbatterebbe le piume della superbia: tu non sei che polvere animata; potranno forse la polvere e la cenere insuperbirsi? Hai un corpo simile all’erba e presto sarai falciato. «Io ho detto: Voi siete dèi»; ma, affinché non s’insuperbiscano, egli aggiunge una correzione: «Morirete come uomini». Siete dèi morenti.
—Thomas Watson.
Versetto 7.—«E cadrete come uno dei principi». Raramente i tiranni scendono in pace nella tomba. La maggior parte dei Cesari cadde per mano del popolo; vale a dire: se siete simili ai tiranni nel peccato, aspettatevi di essere simili a loro nel castigo. Come li ho cacciati dai loro troni a motivo della loro insolenza e violenza, così caccerò anche voi, e cadrete come uno di questi principi tirannici.
—Thomas Hall.
Versetto 7.
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Voi cadrete dal più alto pinnacolo dell’onore e della reputazione. La magistratura, che ora vi conosce, non vi conoscerà più. Uno degli antichi, stando accanto alla tomba di Cesare, esclamò: Dov’è ora la bellezza di Cesare? Dove se n’è andata la sua magnificenza? Dov’è ora la bellezza? Che ne è stato della magnificenza? Dove sono ora gli eserciti, gli onori, i trionfi, i trofei di Cesare? Tutto era scomparso, quando Cesare scomparve. I vostri onori e i vostri titoli, il vostro potere e le vostre cariche: tutto muore con voi, se non prima di voi.
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Voi cadrete, perdendo tutti i vostri più grandi tesori e possedimenti. Come non avete portato nulla nel mondo, così è certo che nulla potrete portarne via. 1Ti 6:7. Saladino, il potente sovrano d’Oriente, se n’è andato e non ha portato con sé più di quanto vedete — cioè una camicia appesa a tale scopo — disse il sacerdote che precedeva il feretro.
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Voi cadrete, separandovi da tutti i vostri amici e parenti; quando morirete, coloro che vi erano vicini e cari vi lasceranno.
---George Swinnock.
Versetto 7.---Il carattere impressionante è uno dei tratti principali della «morte» o della «caduta» dei «principi»: per varie ragioni, simili avvenimenti colpiscono profondamente. Ma si può dire comunemente lo stesso della morte dei figli della povertà? Considerando lo sconcerto che la morte di un potentato è atta a produrre, la dipartita del contadino, per esempio, possiede di per sé la medesima capacità di suscitare solennità e timore, tanto che, anche sotto questo aspetto, si potrebbe giustamente affermare che egli cade come uno dei principi? In verità, se pensate alle circostanze esteriori che accompagnano i suoi ultimi istanti e, subito dopo, a quelle che segnano la fine della vita di chi dimora in sale regali o sontuose, sembrerebbe che non vi sia quasi alcun fondamento per istituire neppure il minimo paragone. Vorrei però che consideraste quell’uomo, mentre giace alla vigilia della morte, non in confronto con altri di rango superiore che si trovano nella medesima condizione, ma in confronto con sé stesso, quando, nel pieno vigore dell’esistenza, andava e veniva e svolgeva la propria umile ma faticosa parte nelle attività di questo mondo. E quando poi osservate come il grande Distruttore abbia annientato tutte le sue energie e non abbia lasciato dietro di sé che un cadavere, ammetterete certamente che tra ciò che quell’individuo era e ciò che è vi è una differenza tanto grande quanto quella che può esservi tra le scene presso il letto di morte dei principi e quelle presso il letto di morte dei poveri. Sì, ed è anche una differenza altrettanto impressionante; basta lasciare che la manifestazione di questo sorprendente mutamento produca sulla mente il suo legittimo effetto e allora, per quanto concerne tale effetto, potrete dichiarare del lavoratore dei campi che «è caduto come uno dei principi», poiché ha impartito una lezione altrettanto capace di scuotere e altrettanto vigorosa nei suoi ammonimenti quanto quella impartita dall’altro.
---Hugh B. Moffatt, 1861.
Versetti 7-8.---Il vostro giorno sta per venire! I santi innalzano il forte grido di Ps 82:8, invitando il Messia, il vero Dio, il Figlio dell’Altissimo (Joh 10:34), il Potente, il Giudice e Sovrano, a levarsi e a prendere possesso della sua eredità, poiché egli è l’erede di tutte le cose, e a essere il vero Otniel, Eud, Samgar, Barak, Gedeone, Tola, Iair, Iefte, Sansone e Samuele, che giudicherà, ossia governerà e reggerà una terra mal governata. Cantiamo alle sue orecchie questo canto di Sion, esortandolo a venire presto; e lo cantiamo gli uni agli altri con gioiosa speranza, mentre le fondamenta della terra sembrano sconvolte, perché qui troviamo il Messia, vero Giudice di un mondo mal governato.
---Andrew A. Bonar.
Versetto 8.---«Sorgi, o Dio.» È una metafora tratta dal gesto consueto dei giudici, i quali normalmente restano seduti mentre ascoltano le cause, ma si alzano e stanno in piedi quando devono pronunciare la sentenza.
---Thomas Gataker.
Spunti per il predicatore di campagna
Versetto 1.---La sovranità di Dio sui più potenti ed eccelsi. Come si manifesta tale sovranità e che cosa possiamo aspettarci da essa.
Versetto 1.---La presenza del Signore nei gabinetti di governo e nei senati.
Versetto 2.---Un peccato comune. Il riguardo per la posizione delle persone influenza spesso il nostro giudizio sulle loro opinioni, virtù, vizi e sulla loro condotta generale; ciò comporta ingiustizia verso gli altri e, al tempo stesso, un grave danno per chi viene adulato.
Versetto 3.---Un appello in favore degli orfani.
Versetto 5.
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I caratteri dei principi malvagi.
a. Ignoranza: «Non sanno.»
b. Cecità volontaria: «Né vogliono,» ecc.
c. Perversità sfrenata: «Camminano,» ecc.
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Le conseguenze per gli altri: «Tutte le fondamenta,» ecc.
a. Della sicurezza personale.
b. Del benessere sociale.
c. Della prosperità commerciale.
d. Della tranquillità nazionale.
e. Della libertà religiosa; tutto è sconvolto.
---G. R.
Versetto 5. (proposizione centrale).---Descrizione del pellegrinaggio dei peccatori presuntuosi.
Versetto 6.---«Voi siete dèi.» Il passo dell’Antico Testamento che racchiude la dottrina della divinità di Cristo.
---J. P. Lange.
Versetto 8.
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L’invocazione: «Sorgi,» ecc.
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La predizione: «Poiché tu,» ecc.
---G. R.